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Curatela e grafica

Amphibian

Dialogue in Fluidity: mostra personale di Paulo Arraiano allo Spazio Iris, a cura di Gioia Di Girolamo. Il mare come confine e come approdo, fra memoria e desiderio.

Dove
Spazio Iris, Spoltore
Anno
2025
Artista
Paulo Arraiano
Lavoro
Curatela, testo, manifesto del finissage
Manifesto del finissage della mostra Amphibian
La sala in luce blu, veduta d'allestimento

Il progetto

Curatela della mostra e manifesto del finissage. Accanto alle opere, un testo scritto a due mani dall'artista e dalla curatrice: un dialogo sul sentirsi estranei e sul mare che dissolve i confini, esposto come parte della mostra.

Fotografie dell'allestimento: per gentile concessione di Spazio Iris.

La sala in luce blu, con una lampada accesa su un tavolo

Il testo

Dialogue in Fluidity

In dialogo: Gioia Di Girolamo e Paulo Arraiano. Un testo a due mani, parte della mostra.

Mi sento estranea, persino a me stessa.

Ogni parola sembra scivolare via, senza mai afferrare il cuore di ciò che provo. È come se ogni tentativo di rompere le barriere rimanesse incompiuto: ciò che sento non viene mai davvero compreso. Ai miei occhi, la lettura del mondo sembra così evidente, eppure gli scontri continui dimostrano il contrario. Anche quando la lingua è la stessa, resta sempre un senso di estraneità, un vuoto che ci separa. Forse siamo estranei, prima di tutto, a noi stessi. Forse le nostre domande rimangono sospese, come un'eco sott'acqua.

E così mi chiedo: cosa resta davvero quando tutto si dissolve?

Forse lì potremmo trovare una risposta, o almeno uno specchio. Il mare può innalzarsi come un muro o distendersi come un'autostrada, incarnando allo stesso tempo rottura e connessione, una distanza che divide o un passaggio che unisce. Nella sua vastità, porta con sé storie in ogni onda, frammenti di tempo continuamente riscritti, ma mai esauriti. Non ammette confini, né divisioni definitive; dissolve le linee che tracciamo, disperdendole in correnti che sfumano e si riformano. Ciò che arriva sulla sua superficie è sempre parziale, sempre provvisorio: una storia ancora sommersa, in attesa di essere svelata. Eppure è anche un continuum di memoria, al contempo dispersivo e preservante, dove il passato rimane sospeso, in attesa del suo racconto incompiuto.

È in quel fondale di storia incompiuta che mi trovi. Nascosta nei miei luoghi oscuri. Le correnti in superficie mi attraversano, mi chiamano e mi muovono. Si fondono e mi infrangono, diventando storie che non sono soltanto mie.
Siamo il confine di noi stessi, ma anche l'approdo per gli altri?
È nel nostro infrangerci che diventiamo parte del tutto e restiamo un unico essere incompiuto?

Eppure, tra le profondità di Olokun o i tuoni in superficie di Oya, oltre i ruoli mutevoli, le correnti trasportano una storia infinita, non iscritta negli archivi o nei monumenti, ma nei sedimenti silenziosi di ogni onda. Una storia intrecciata, non una cronaca fissa, ma un archivio vivente, che dissolve i confini e cancella le barriere, pur custodendo nella sua vastità ciò che non è ancora stato pronunciato. Ciò che rivela non è mai completo, ciò che cela non è mai perduto. La storia non si conclude, fluttua in avanti, proliferando in infiniti percorsi ancora da svelare.

Nessun punto cardinale a cui ancorare il suo corso, solo il richiamo della vastità, dove l'orientamento vacilla e le scelte stesse diventano maree. In quell'espansione incerta, siamo sedotti dall'esitazione tra partenza e ritorno, dalla possibilità che ogni inizio sia già una forma di ripetizione, e ogni incontro un frammento di un continuum più ampio. Il mare non offre risoluzione, ma movimento, un fascino incompiuto in cui memoria e desiderio sono intrecciati per sempre.

Pensieri, ricordi, nostalgia. Dolore, rimorsi, scelte, desideri.
Scelte. Io sono. Noi siamo?
Fluttuo e mi sento leggera, trasportata dal nostro divenire congiunto, in un'unica essenza liquida.
Vorrei rimanere qui, osservando il Grande Blu. Totalizzante, travolgente. Mi riempie gli occhi, e i pensieri si fanno silenziosi.
Ascolto. È il canto di mille sirene. Dei? Corrono e danzano sotto o sopra di me. La pelle liscia, perfetta. Riflettente.
Io non sono più. Ora sono intera. Sono nel flusso del vuoto assoluto e di milioni di anime.
È pace; la guerra giace al di fuori di quei confini invisibili.

Mi senti?

E se sì, non è con le orecchie, ma con il polso che batte sotto la pelle, riecheggiando le profondità dove gli antenati agitano le tempeste.
Mi dissolvo nel loro abbraccio, non più separata, ma fusa in questa marea ancestrale. Il mare mi tiene come domanda e risposta, come ferita e carezza, come silenzio e canto. Qui, nell'intimità tremante delle sue profondità, cedo alle correnti che spogliano memoria e desiderio allo stesso modo. Vengo trasportata, non lontano, ma più in profondità, nel luogo dove inizi e fini perdono i loro confini, e rimane solo il flusso eterno, che mi tocca come il respiro di un amante che è anche il mare stesso.

Finalmente mi abbandono.
Io sono. Tu sei.
Siamo tutte le correnti nella pace di un'unione che è armonia e accoglienza.
Rimaniamo ad ascoltare.

Poiché nell'ascolto siamo trasportati oltre, in ciò che non ha fine, in ciò che è ancora in divenire.
Il mare parla, e anche noi restiamo incompiuti.

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